3. I movimenti e i gesti
( tratto da Rete di liturgia )
Anche un culto battista o riformato ridotto all'essenziale prevede qualche movimento, comel'alzarsi e il sedersi per il canto o la preghiera, mentre l'inginocchiarsi (usuale fra i metodisti fino a venti anni fa) è caduto in desuetudine; inoltre ogni celebrazione prevede, in genere, un movimento dell'assemblea per partecipare alla Cena. Vi sono poi i movimenti del pastore, o di chi conduce la liturgia dal pulpito o dalla Mensa.
I gesti personali sono limitati al chinare il capo e chiudere gli occhi per la preghiera, al già detto alzarsi e sedersi. Il pastore alza le mani (non sempre) per la benedizione finale. In alcune chiese si levano le mani al cielo per la preghiera, secondo l'uso della chiese antica (e dei carismatici di oggi). Comunque, non sono gesti centrali, o autoespressivi, ma di accompagnamento o sfondo.
In alcune chiese valdesi il culto si apre (o si apriva?) con un ingresso quasi solenne del pastore predicatore insieme al Consiglio di chiesa. Questo corrisponde alla processione di inizio in uso in altre chiese cristiane, cui fa poi seguito, nel corso del culto, il rito di portare gli elementi (e i doni) sulla Mensa. Un pallido ricordo di tale momento di presentazione delle offerte sta nella raccolta della colletta, quando questa avviene nel corso del culto.
Manca finora o è poco diffusa l'abitudine a gesti significativi di per sé, un linguaggio del gesto autosufficiente (a puro titolo di esempio mi viene in mente il segno della croce, praticato dalla cristianità cattolica e ortodossa).
Invece vi sono situazioni liturgiche particolari (incontri giovanili o ecumenici) in cui si elaborano e praticano gesti significativi e autosufficienti.
Ma in che misura possono essere effettivamente introdotti nel culto pubblico domenicale?
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