sabato 13 ottobre 2007

Coraggio e Immaginazione ( XIV )




( fonte Rete di Liturgia, Anna Maffei- Teologia,Cristologia e culto comunitario )

2. Il culto comunitario: comunicazione complessa
Per la nostra cultura protestante fortemente incentrata sulla “parola”, siamo abituati a dare poca importanza, nella nostra riflessione teologica ed ecclesiologica, ai linguaggi non verbali.
Se pensiamo al culto domenicale, esso è un momento espressivo molto alto della vita di fede della comunità cristiana, in cui sono presenti molti elementi. C’è quella che chiamiamo “liturgia”, che comprende molti moduli espressivi della fede cristiana: prima fra tutti la predicazione, poi la preghiera, gli inni, la lettura biblica, a volte la musica e poi, anche se non sempre, i cosiddetti “segni”, ossia le celebrazioni dei battesimi e della cena del Signore. Si hanno poi momenti liturgici speciali in occasione di presentazioni di bambini, di celebrazioni di matrimoni, o di semplice invocazione delle benedizioni del Signore su coppie già sposate civilmente, diconsacrazione di nuovi pastori e di altri ministeri, di confermazioni, di funerali…
In ognuna di queste occasioni, però, si tratti cioè di culti comunitari semplici o di occasioni speciali, la comunicazione non è solo strettamente verbale ma anche visiva e gestuale. Se questo è scontato quando parliamo di battesimi o celebrazioni della cena del Signore, non è egualmente evidente che questo si verifichi anche in occasione di normali culti domenicali.
Credo invece che dovremmo prendere consapevolezza del fatto che tutto è
comunicazione, a cominciare dal contesto fisso, la sala di culto. La comunicazione complessiva risulta influenzata e fortemente indirizzata, soprattutto ai primi approcci, dal fatto per esempio che quest’ultima sia accogliente e curata o sciatta e trascurata, se appaia come luogo rigido e austero, oppure polifunzionale, se sia una sala luminosa o se il culto si svolga nella penombra, se gli arredi appaiano antichi o semplicemente vecchi, o ancora moderni o privi di stile, se siano originali o di risulta, se la disposizione delle sedie o panche sia rigida o mobile, se siano disposte verso un’unica direzione oppure, per esempio, a semicerchio. E l’elenco dei segni comunicativi non verbali potrebbe continuare considerando la prossemica, per esempio, ossia le distanze che intercorrono fra chi parla e chi ascolta, e fra i vari partecipanti al culto, la loro rispettiva posizione. O ancora potremmo parlare dello stile architettonico e del messaggio implicito che esprime. Tutto ciò e molto altro ancora costituisce parte integrante della comunicazione globale di cui le parole che si pronunciano – nella predicazione, nelle preghiere o nel canto – ancorché molto importanti, costituiscono solo un aspetto.
Se chi entra nella sala di culto trova un ambiente caldo e disposto con cura legge, al di là dello scritto, che c’è in quel luogo chi cerca di creare un contesto accogliente e affettuoso per chiunque vi entri alla ricerca di una parola significativa, o anche per chi vi entri solo per curiosità. Se al contrario il luogo è freddo e anche un po’ trascurato, il messaggio è (o vorrebbe essere) che il luogo non ha alcuna importanza, è il messaggio parlato, la parola biblica, il sermone quello che solo conta. Se la luce è soffusa la persona comprende che in quel locale di culto ci si invita al raccoglimento, se la sala invece è ben illuminata la persona comprenderà che lo è per consentire a tutti di seguire personalmente la lettura della Bibbia o di cantare insieme dagli innari.
E potremmo continuare....

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